Sparatrap di carnevale

Corso Mascherato 4

Sono stato in Quaresima al carnevale. Viareggio ha autorizzazioni speciali per prolungare il suo mondo carnevalesco oltre le regole del calendario religioso. Ma anche precisi bisogni di natura economica, che si sovrappongono ai richiami religiosi.

Ci sono stato per un seminario sullo stato dell’arte dell’Unesco. Quello che si occupa di Patrimonio Culturale Immateriale sulla base della Convenzione del 2003 firmata dall’Italia nel 2007. Nel 2007 il Ministro dei beni culturali (era Rutelli e lo fu per poco tempo) voleva un lancio di grande rilievo per questa firma, nominò una commissione, facemmo un grande seminario a Roma (1 febbraio 2008) cui aderirono studiosi,  gruppi musicali,  e quasi 400 musei che nell’occasione si fecero protagonisti della cultura immateriale. Prima di allora l’Unesco aveva sperimentato una lista internazionale detta dei ‘capolavori viventi’ in cui erano stati riconosciuti l’Opera dei pupi siciliana (2001) , e il mondo canoro dei Tenores sardi (2005). Una lista contestata perché l’idea dei capolavori faceva pensare a una hit parade, che non ha nulla a che vedere né con la immensa pluralità delle culture del mondo, né con il relativismo per cui si riconoscono fatti culturali che non solo comparabili e classificabili in una graduatoria.

Il tempo è passato da allora, il Mibac non ha fatto quasi nulla dopo l’evento del 2008, e l’Unesco, pur avendo rettificato l’impianto sia statalista che classificatorio degli inizi, ancora tollera che giri l’idea che essere iscritti nella lista faccia entrare  i fenomeni culturali nel palco dei “più belli del mondo”, una sorta di premio Oscar. E’ così è spesso visto l’Unesco, al contrario del suo stesso statuto. Di questi problemi e ambiguità abbiamo parlato a Viareggio, durante la ripresa carnevalesca del 17 febbraio, perché il Carnevale di Viareggio ha elaborato un dossier per il riconoscimento Unesco.

Il seminario era promosso dalla Fondazione Carnevale di Viareggio, con il patrocinio di Simbdea (Società Italiana per la Museografia e i Beni Demo Etno Antropologici) che è una associazione ONG accreditata a promuovere iniziative per la convenzione Unesco. Abbiamo visto in scena nelle relazioni antropologiche e giuridiche la complessità delle pratiche Unesco e della loro recezione sul territorio italiano, la debolezza delle politiche ufficiali, gli equivoci e le gestioni e intromissioni vistose della politica. Un incontro importante giacché in assenza di un ruolo forte del Ministro dei beni culturali, dovremmo noi stessi farci portatori in Italia del corretto messaggio Unesco, e di una comunicazione e una pedagogia del lavoro per la Convenzione. Importante anche per il dialogo con la comunità locale, per cogliere il suo punto di vista e le sue attese. Gli studiosi hanno anche avuto l’opportunità di partecipare al corteo carnevalesco e di valutare pur in breve lo stato dell’arte viareggina.

Viareggio è il Carnevale

Il Carnevale a Viareggio è una storia collettiva e insieme individuale, ricca di leggende di fondazione, impossibile da rappresentare in modo semplice. Visto nella grande complessità di vicende che G.Luca Mancini  – antropologo guida per noi, e consulente del dossier Unesco per la Fondazione Carnevale – ci segnala, il Carnevale è molto più interessante per un antropologo di quanto non appaia dalla tribuna. Una storia di identità locali, di sfide, di regole, di conflitti, di arte , di ranghi e di potere, che si mescola con la storia del comune e della politica. Ci sono memorie comuni, estetiche native, saperi pratici.

In una domenica di sole splendente, fredda, perché sente alle spalle la neve sulle  Apuane , guardiamo  al mare davanti,  dalla tribuna dove siamo ospitalmente accolti  si intravede. In mezzo, tra neve e mare c’è il corso del Carnevale di Viareggio . Guardiamo al Carnevale come un ‘elemento’, nel lessico dell’Unesco. Ma è chiaro subito che il carnevale non è un elemento ma una pluralità di elementi, un insieme, un mondo delle pratiche, una forma di vita. Una alterità in parte sofferente, ma capace di marcare una varietà locale del mondo. Folla enorme davanti. Lo spazio urbano si arricchisce di immagini poderose di grande forza  simbolica: i carri carnevaleschi . Viareggio è il Carnevale, e forse si riflettono reciprocamente comunità e festa. Ragionando in termini Unesco questo vuol dire che non è la bellezza una delle ragioni per essere patrimonio dell’Umanità, ma la complessità umana e sociale, la ricchezza di pratiche e saperi trasmessi. Conta di più un lessico locale, una estetica, una cultura materiale, plurali e trasmesse che non un bel carro.

E’ una conferma che per l’antropologo la cultura locale non si vede dalla scena, ma si cerca nelle retrovie.

Immagini, riflessioni

Nel dopo festa  i grandi carri si ritirano nel buio leggero e sospeso del vicino tramonto, trainati dai trattori . Monumenti leggeri, transitano come in un sogno, come una città di carta che dopo la festa in silenzio torna a casa. Bottiglie, brigidini, coriandoli, ancora gente, qualche maschera. Ma la città è già nel dopo festa. La strada vede l’arrivo degli spazzatori che con getti di aria rumorosi concentrano la carta depositata sull’asfalto. La stanchezza del giorno segna i membri della comunità carnevalesca che tornano alla vita quotidiana, ancora in maschera.  Nel tramonto appena compiuto la festa si mostra anche prova del corpo, fatica, pensiero del giorno dopo.

Perché il carnevale di Viareggio, mi domando, dovrebbe entrare nella lista rappresentativa dell’Unesco? Mi rispondo che sono stati riconosciuti già otto carnevali quattro europei e quattro sudamericani; credo che l’Unesco abbia giustamente capito che il Carnevale è una grande rappresentazione dei temi della Convenzione (arti, saperi, pratiche, riti, comunità) , e che sta a cuore a gruppi umani  importanti. A Viareggio se ne vede anche la profondità sociale e identitaria. La comunità patrimoniale viareggina è ampia, plurale, conflittuale, diffusa come sono le vere comunità,  ma fa l’errore di vedere l’Unesco come una stella in fronte, e non sembra interessata a pensarsi entro una rete di differenze culturali che si vedono come un  “girotondo intorno al mondo”. Vede sé stessa al centro del mondo, in totale autonomia, come in genere accade anche altrove. Una mentalità che cerchiamo di cambiare, ma dalla quale è bene partire.

In tutto questo le interpretazioni degli studi sul Carnevale c’entrano poco. Sono riprese sul carnevale immaginazioni e iperdatazioni che ne fanno una sorta di rito originario dell’uomo neolitico, anche se le fonti lo collocano dannatamente nel medioevo europeo e cristiano. A Viareggio non c’erano né gli uomini arcaici, né Dioniso. Anni fa  confutavo le predilezioni a  vedere il carnevale come residuo di immaginosi Saturnalia romani e rituali di fecondità. Ma questo in effetti non c’entra con l’Unesco, e non è male. E’ una discussione e una ricerca che continua.

1 Commento

Archiviato in Sparatrap

Per le RIME

Che meraviglia  l’incontro di RIME tenutosi ad Aprile al museo Pigorini: International Colloquium / Colloquio Internazionale Beyond Modernity: Do Ethnography Museums Need Ethnography? Oltre la Modernità: I musei etnografici hanno bisogno di etnografia?

Forse non me lo aspettavo così ricco, rappresentativo, mondiale. Forse anche tanti colleghi che non c’erano non se lo immaginavano.  Ho sentito spesso dire, soprattutto dai giovani,  “ma perché non ci sono gli antropologi accademici”? RIME (ovvero  è stato un effetto imprevedibile. Come immaginare che la sezione etnologica del Museo Pigorini potesse trovarsi al centro di un effetto scena mondiale così forte? Se si ragiona si riconosce che quella Sezione è istituzionalmente un binario morto: sezione acefala di una istituzione che gli antropologi per legge non possono dirigere (in attesa di un qualche decreto ministeriale le cui ragioni sono bloccate da tempo nel  Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, a sua volta marginalizzato dai tagli alla spesa, e dimissioni continue dei Presidenti). Una serie di circostanze del tutto negative. Se non binario morto, almeno cul de sac.  Ma gli etnologi, ovvero i professionisti del museo con  profilo demo-etno-antropologico, anche se strozzati nello sviluppo di carriera e nei concorsi, grazie anche alla collaborazione dei Soprintendenti dell’Istituzione, sono riusciti a costruire una rete europea e dei dialoghi internazionali che li hanno portati ad essere nel cuore dell’antropologia museale globale, quella che in genere vien fatta, con ben altri mezzi, dalla Smithsonian Institution. Il Pigorini ‘etnologico’ con due progetti europei RIME ( sta per Réseau International des Musées d’Ethnographie ) e READ-ME –( sta per  Réseau Européen des Associations de Diasporas & Musées d’Ethnographie) ,  fa   museografia collaborativa con le comunità migratorie della diaspora romana,  riflette sulla museografia postcoloniale elaborando dialoghi con i musei  di tutto il mondo, lavora sia sul piano delle teorie che dell’uso degli oggetti, delle collezioni, delle forme partecipative.

L’incontro internazionale di RIME del 18-20 aprile scorso, era veramente interessante. Si apriva con la commemorazione di Ivan Karp , che è stato l’interprete  nel mondo museale dei temi lanciati da Writing Culture  curando quasi tutti i volumi critici e panoramici dello Smithsonian,  Karp è stato ricordato da una delle giovani ricercatrici a contratto del museo Pigorini, studiosa delle culture native americane contemporanee degli USA , Elisabetta Frasca, specializzata nella Scuola in Beni Culturali Demoetnoantropologi . E quindi  Vito Lattanzi ,che è il punto di riferimento istituzionale dei progetti RIME e READ ME ha  dato il la, tracciando i temi guida, che sono tali non tanto per noi ma per l’oggi della  museografia occidentale. Per i giovani che hanno collaborato  una occasione di formazione internazionale formidabile. Ma anche per dirla nello stile del corridoio: c’era Kratz, vedova  di Ivan Karp, c’era la Pratt, c’era Marcus, quelli di Scrivere le culture, c’erano i grandi direttori dei musei europei, un alto dirigente del Quai Branly, ci sono stati litigi, polemiche. Con mio piacere il dirigente del Quai Branly  ha lasciato una sessione sentendosi offeso dalla Pratt. Ci sono state correnti improvvise di dibattito, espressioni di sacro e religioso rispetto delle culture native, improvvisi guizzi di avvenire nel dibattito sulla digitalizzazione degli oggetti , spagnoli e italiani ci siamo riconosciuti  nella povertà dei musei e nella ricchezza del pluralismo collezionistico dal basso,  c’è stato un improvviso dialogo in cui si è capito che tutti sono postmoderni ma che in fondo sentono come una risorsa l’aver fatto la ‘vecchia ‘ ricerca sul campo, o il ‘vecchio’ collezionismo da esperti. Ma il risultato era senza dubbio che i musei hanno bisogno di etnografia, e l’etnografia non è quella ‘vecchia’, ma quella del dibattito postcoloniale.

Quando vengono nel nostro paese, ospiti delle Università,  i vari big dell’antropologia mondiale per lo più leggono relazioni ‘riscaldate’ e non ‘cotte’  per noi, e sono per lo più una delusione. Qui invece era come avere un pezzo della vita della museografia critica internazionale in pieno fervore. Forza Pigorini! Qui c’è davvero una speranza di essere nel grande mondo con le nostre difficili virtù.

Lascia un commento

Archiviato in Sparatrap

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 2.700 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 5 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Lascia un commento

Archiviato in Sparatrap

La Maremma da lontano

La Maremma da lontano
in viaggio nei ricordi attraverso luoghi e oggetti della memoria

Chiara Romano

Addis Abeba, 20 Novembre 2012: “Oh mamma! Oh che è successo? State tutti bene? La ‘asa? Le nostre ‘ose? Gli oggetti etnografici? Le maschere Africane, le statue Indonesiane? Gli arazzi e i tappeti indiani? Le lampade turche? Son tutti i pezzi intatti o son andati distrutti?” Questa è stata la mia reazione non appena dall’Etiopia ho letto on line le notizie che riportavano cosa stesse succedendo in Maremma.  Il primo pensiero è andato a Orbetello, sommerso dalla laguna, alla mia famiglia, agli amici e anche, diciamolo, a tutta la roba raccolta in anni e anni di viaggi. La mia piccola e personale collezione etnografica.

Le mie cose invece di seguirmi in giro per il mondo stanno in Maremma, mi aspettano a casa ad Orbetello Scalo, una casa molto vicino alla laguna, che passo sempre a salutare prima di ripartire per una nuova avventura. Per fortuna la risposta di mia madre è stata: “Oh te’ Chiara… qui va tutto bene! La tu roba ‘un ha subito danni, vai tranquilla…la laguna è vicino, ma la casa sta sul poggetto…e ci vole prima che arrivi l’acqua su…ma tu vedessi ch’ è successo all’altre genti!”

Chi? Mamma, oh mi dici per bene che è successo?  “Ah! oh te vedessi a quelli dell’Albinia, ndove s’è abbattuto il disastro, le cose ‘un vanno mi’a tanto bene…e vanno ‘n giro co’ canotti, vedessi te che casino, ponti e strade crollate, ‘un si viaggia, semo tutti bloccati, la gente de’ poderi in campagna su’ tetti…e qui c’è la protezione civile e i volontari che lavorano, eh!  Vedessi te come ci si da tutti ‘na mano. Pure la tu’ nipote va ‘n giro a da ‘na mano a spala’ ‘l fango sa’ e vedessi quanti altri giovani volenterosi che aiutano…altro che fannulloni…e danno tutti ‘na mano, vedessi te. Io dovevo chiude la bottega, lo sai…ma ora, e come fai? co’ sta calamità… ‘un me la sento di chiude…almeno così  e si da un servizio… sennò t’immagini, già semo bloccati, se poi chiudo pure io…’ndo vanno a piglia le cose di prima necessita’…a la cooppe? E vedessi che danno c’ha avuto pure la Cooppe…e sapessi i pori commercianti, come me, dell’ Albinia. I viaggatori che mi raccontano…e c’avanzano soldi da quei pori commercianti che so’ tutti allagati… ora mi diceva Biagio che gli han portato pancali di acqua e pasta pe’ da’ ‘na mano… pori disgraziati”.

E come s’è organizzata la comunità maremmana per rispondere al disastro? “Li sfollati l’hanno mandati al palazzetto dello sport a Neghelli e  qui la gente s’è organizzata pe’ porta l’ aiuti, da mangia’, i vestiti, aiuti ‘nsomma. Sapessi te, oggi è venuta qui in bottega ‘na signora…  ‘un la vedevo da chissà quanto, sa’… e stava a Magliano, ‘n campagna dove era andata a sta’ col su’ marito dopo sposati…poretta e l’ho vista veni’ co’ ‘na faccia e mi fa: Luciana… e ho perso tutto, so cosi, sfollata al palazzetto, un c’ho più nulla…so cosi ‘ome mi vedi…

E zitta va’ che a noi c’è andata bene a Orbetello. Ha’ visto dove c’è l’imbarco pe’ ‘l tragettino, quello de’ pescatori che fa fa’ il giro della Laguna a’ turisti? E’ tutto sommerso…”

Trovandomi lontano, sull’altipiano etiopico, bene in alto, mi sono immaginata Orbetello tutta sommersa dall’acqua, inglobata dall’acqua e dalle alghe della laguna ed ho visto i miei oggetti e i miei ricordi adagiarsi sul suo fondo melmoso e lì sparire. Il fondo della laguna fagocita e poi risputa, l’ho imparato quando ero piccola e mio nonno nella laguna aveva trovato un moschetto della seconda guerra mondiale e quando io, da giovane adolescente avventuriera, andavo a cercare le bottigliette di vetro di olio di ricino del periodo fascista. Ricordo che riuscii a comporre una collezione che regalai all’allora mio fidanzato. Il pensiero del “fondo senza fondo” della laguna, dove immaginavo tutti gli oggetti della mia piccola collezione etnografica sparire, e poi magari riemergere dopo cinquant’anni per mano di qualche giovane avventuriera, curiosa di scoprire i segreti della laguna, in parte mi faceva sorridere ma in parte mi faceva anche pensare.  Riflettevo su tutti gli oggetti e i luoghi che conservano i ricordi dei singoli, così come di una collettività, gli oggetti che hanno la funzione di legare il presente con il passato.

Ritornata alla realtà dei fatti, abbandonato il tempo dei ricordi per prendere coscienza del presente e del fatto che la Maremma stava effettivamente rischiando di affondare, ho iniziato a guardare con una certa apprensione su Facebook e Youtube i video fatti da alcuni amici.  l’argine del fiume dove andavo a cavallo era sommerso e molti dei luoghi della campagna dove avevo passato tanto tempo coi nonni contadini erano scomparsi. Ho realizzato cosa stesse succedendo in Maremma e cosa rischiava di andare sott’acqua assieme alle persone, alle cose, alle piante, agli animali: i luoghi della memoria e dell’identità mia, di altri miei coetanei, dei nonni, contadini mezzadri, e di tutti quelli che avevano transitato su quella terra amara. La mia collezione etnografica era sì, a rischio, ma lo erano anche altri oggetti e luoghi del ricordo del singolo e della collettività. La mia mente è andata subito al museo della civiltà contadina di Albinia e ai racconti di mia nonna Elvira e di mia zia Rosa, agli oggetti che componevano i loro ricordi, i loro racconti ed il mio imaginario della cultura mezzadrile: l’aratro, il giogo, il forcone, la vanga, il calesse. Strumenti e oggetti conservati nel museo, ora completamente sommersi, alcuni distrutti, e quelli rimasti coperti di fango.

La Maremma è il luogo dei ricordi legati al mondo contadino dei racconti della mi’ nonna Elvira, donna da una memoria di ferro che ricordava luoghi, date , eventi, nomi, tutto. Ricordi che sono affiorati nella mia mente e nella mia coscienza grazie all’antropologia, durante le interviste che le facevo per scrivere la tesina per passare l’esame di storia delle tradizioni popolari. A quel tempo studiavo antropologia all’Università degli studi di Roma “La Sapienza” ed ero allieva di Pietro Clemente. Quelle lezioni m’insegnarono quanto la memoria fosse importante per la costruzione dell’identità e soprattutto a comprendere il valore della memoria di mia nonna, di mia zia e del dialogo con tutte le persone che erano detentrici di una ricchezza inestimabile: il sapere e la conoscenza popolare del mondo mezzadrile toscano.

Questo sapere affiorava dalle loro narrazioni: “Eh cara mia…e si stava la’ al podere vicino al Lago Acquato…ci  si svegliava la mattina prima che spuntasse ‘l sole pe’  fare il pane, preparare la colazione pe’ l’omini che dovevano anda’ a lavora il campo. Faceva freddo, io ero piccina e ‘un arrivavo all’acquaio e quindi la mi’ mamma mi dava il panchetto e mi diceva, dai su’ Elvira, mettiti a lavoro,  che l’omini devono partì! E poi sa’ noi stavamo bene, eravamo mezzadri, si dava la metà del raccolto al padrone e l’altra meta era nostra, ma eravamo tanti figlioli a quel tempo e quando ci si metteva a tavola e c’era da cucina per tante persone. E ci s’aveva’ tante vacche, belle, maremmane, una cavalla pe’ ‘l calesse, si chiamava Ginestra, era ‘na bella maremmana, grigia… gli strumenti da lavoro e l’operai. Eh si…noi che si stava bene ci s’aveva l’operai… che quando finivano di’ lavora co l’omini di casa nel campo e gli si doveva da’ da magiare, e ci voleva altro che la pagnotta… e vedessi come bevevano. Si preparava la tavolata, pane, companatico e fiasco di vino”.

Nonna Elvira e zia Rosa, due figure femminili con cui sono cresciuta tra “malocchio” pettegolezzi, cattiverie, fatture, rosari, croci e “la Madonnina itinerante” che mi veniva data da portare da una casa all’ altra. I nomi di una quindicina di famiglie di Orbetello scritte sul retro della teca che conteneva la Madonnina che veniva portata di casa in casa. Quella era la mia mansione una volta a settimana, dalla casa della vicina alla nostra e viceversa. Questi e altri ricordi del passato e del presente hanno attraversato la mia mente quando per una lunga frazione di secondo ho pensato che la mia terra, la Maremma, potesse scomparire e con lei tanti luoghi e oggetti che aiutano a ricordare. Ho avuto terrore per i miei oggetti, le mie cose che sono in Maremma, quegli oggetti che fanno parte della mia vita, che legano insieme i mille pezzi delle mie tante identità “cosmopolite”, che sono però tutte raccordate da quella principale, quella più profonda, la mia identità  maremmana. Ho avuto paura per gli oggetti che hanno la stessa funzione di costruzione identitaria, ma per una collettiva’ più grande, oggetti che legano il presente con il passato e uniscono la comunità che abitava la Maremma quando era amara, quando si moriva di malaria, quando tutto era un padule, con quella contemporanea. Da lontano, in questo momento, posso solo leggere sui social networks cosa succede, telefonare a mia madre e agli amici per gli aggiornamenti, divagare tra i ricordi guardando la Maremma, appunto, da lontano, augurandomi che quegli oggetti, adesso coperti di fango fuori dal Museo della civiltà contadina ad Albinia, vengano tirati fuori, puliti, salvati e ricollocati in uno spazio dove possano continuare a svolgere la loro funzione di collante tra la comunità maremmana del passato e quella del presente.

Lascia un commento

Archiviato in Maremma ancora amara

Note dal campo

Paolo Nardini
21 novembre 2012

Questa mattina sono stato ad Albinia. Già ieri, dal treno ho potuto vedere qualcosa, anche se era ancora buio: si vedevano oggetti e resti di mobilio accumulati ai bordi delle strade. Questa mattina sono andato lì in macchina. All’ingresso del paese, ancora presidiato dalle forze dell’ordine, ho detto che sarei andato a vedere il Museo della civiltà contadina, e quindi mi hanno lasciato passare.

Ma il Museo è ancora irraggiungibile: alcuni operatori toglievano il fango che separa la strada dall’ingresso. E comunque il museo risultava chiuso. Nel chiostro le macchine agricole (rastrelloni da fieno, mietilegatrici, aratri in ferro) sono ricoperti di fango.

Per le strade, occupate quasi interamente dalle macchine della protezione civile e da altri mezzi di soccorso, si incontrano autocarri che caricano e portano via i rottami di mobili e gli oggetti resi inservibili dall’acqua e dal fango. Passano le macchine pulisciasfalto che gettano acqua e azionano le loro spazzole, ma il risultato è quasi impercettibile, resta uno strato di fanghiglia. Nei cortili delle case, divani, poltrone e resti di mobilio resi ormai inservibili. I negozianti puliscono i loro locali con le lance ad acqua.

Ho incontrato un collega che lavora all’ospedale di Orbetello e abita vicino al passaggio a livello, che è stata la zona più colpita, insieme ai genitori. Mi ha detto che il problema più grave non è quello dei mobili, quello si ricompreranno, “Si prenderà un prestito in banca”, mi ha detto, “ma il problema vero sono loro”, indicando i genitori che intanto si allontanavano, “hanno il morale a terra, sono depressi, oltre ad aver subito lo shock della paura. Mi telefonavano [il lunedì del disastro, mentre lui era a lavoro] e mi chiedevano ‘ma te quando vieni?’. Li ha ospitati la famiglia del piano di sopra. La solidarietà non è mancata. Ora si va al palazzetto [dello sport] a mangiare”. La protezione civile ha allestito una mensa e nel sagrato della chiesa tutti hanno portato e continuano a portare ciò che hanno, che è rimasto di buono, e continuano ancora a farlo, cibo, acqua, frutta. “Subito, continua Massimo, la gente ha cominciato a portare la roba lì, e a distribuirla a chi ne avesse bisogno”.

Una mia compagna di scuola, con la quale sono rimasto in contatto, abita lì. Ho preferito, però, telefonarle più tardi da casa. Mi ha detto che il marito, artigiano idraulico, ha perso molto materiale nel capannone che è stato invaso, ma l’abitazione non ha subito danni. Però sono distrutte le macchine aziendali e quella di famiglia, che erano nel cortile. “Tanta gente ci è venuta ad aiutare, mi dice, perché il mio marito conosce questo mondo e quell’altro, ma poi, gente abituata a lavorare, e così in poco tempo abbiamo recuperato quello che si poteva”. Casa sua e il capannone sono in periferia di Albinia, di là dalla ferrovia, la zona colpita per prima, dove c’è anche lo stabilimento della Valfrutta con 150 dipendenti, e Copaim con altri 60, per i quali ora si prospetta la cassa integrazione.

La dinamica è stata questa: l’acqua ha tracimato verso Polverosa, dove l’Albegna fa un’ansa svoltando verso destra. Quindi l’acqua ha tracimato l’argine sinistro invadendo la campagna. L’ondata ha raggiunto la ferrovia, che ha fatto da argine, provocando l’innalzamento del livello. Poi l’acqua ha rotto e ha invaso, prendendo sempre più forza, il resto dell’abitato, e trovando un secondo sbarramento nell’Aurelia.

1 Commento

Archiviato in Maremma ancora amara

Maremma amara in Ottava

1.

Ritornano gli spettri del passato
di una Maremma paludosa
il nostro paradiso è stato straziato
da una catastrofe paurosa
dietro a se la piena morti ha lasciato
portando via ogni cosa
ancor non è caduto no l’antico stemma/
di quando era “AMARA” la terra di Maremma/

Francesco Cellini

2.

Di disastri non si vorrebbe mai sentir parlare. Eppure accadono. È successo in Maremma  in questi giorni con gli straripamenti del Fiora e dell’Albegna. Acqua e fango, paura e morte inattesa.
D’estate non pioveva mai, ora è piovuto troppo…
Ma è solo frutto d’un destino avverso?

L’acqua che disseta e sciacqua i panni,
l’acqua che spesso è fonte d’energia
in Maremma ha fatto troppi danni
alle colture, alle cose e compagnia
la devastazione è frutto degli inganni
perché viene a mancare l’armonia
d’un naturale mondo equilibrato
che si oppone alle leggi del mercato.
 E mi domando:
se  la palude non si sia rivendicata
di chi un tempo l’aveva prosciugata.

Corrado Barontini

3.

Una settimana è già passata
e sui giornali fa meno notizia
che la Maremma è stata alluvionata.

Distrutta in buona parte è la primizia,
vigne, uliveti, or si contano i danni
dei volontari resta l’amicizia. 

Nei punti di raccolta cibo e panni
per non lasciar gli alluvionati soli
ed aiutar chi vive in grandi affanni.

Quel che succede al mondo, tra i due poli
tristemente riempie i rotocalchi
poi si scorda, come nube che voli.

Chi non calpesta della tv i palchi
ma ogni dì vive del proprio lavoro
anche dell’emergenza si sobbarchi.

E con costanza, fatica e decoro
riporterà al pulito i territori
ricostruendosi casa e lavoro.

Irene Marconi

4.

In 68 si dicia in Parigi : « sous les pavés, il y a la plage ». Dicemu oghje à la Maremma e à la Lunigiana : sottu à l’acqua, restanu e petre ! Curaghju.
Toni Casalonga (da La Casa della Musica di Pigna in Balagna (Corsica))

Lascia un commento

Archiviato in Maremma ancora amara

bad lore?

PAOLO DE SIMONIS

Doris Salcedo, Shibboleth, Tate Modern

Doris Salcedo, Shibboleth, Tate Modern

 

Fosso del Pelagone, Capalbio

Fosse del Pelagone, Capalbio

Avviso di allerta: c’è rischio di andar costruendo amarissima neotradizione.

Si potrebbe ormai segnare in rosso nel calendario: ogni anno, quasi negli stessi giorni, un’alluvione che genera appelli alla solidarietà.

Pietro Clemente ci ha sollecitati in tal senso pochi giorni fa ma lo aveva già fatto il 3 novembre 2010:  “Cari amici, abbiamo condiviso viaggi, difficoltà, soddisfazioni, ora credo che dobbiamo condividere il dolore che ha colpito Massa e poi Carrara per il crollo di case e la morte di persone in seguito al maltempo”.

Il 4 avviai così la pratica: “Credo che tutti gli amici di INCONTRO vogliano segnalare da lontano agli amici di Massa ‘vicinanza’ particolare, proprio mentre si interrompono le comunicazioni locali: che certo riprenderanno, come sempre,  in termini di concretezza viaria. La nostra attenzione ai beni immateriali ci obbliga però a lavorare anche per il riallaccio di una memoria vigile perché soprattutto interessata al futuro”.

Altra alluvione e altro appello il 25 ottobre 2011. A Montereggio le comunicazioni locali rimasero tanto devastate da impedire che nella primavera 2012 si potesse svolgere la prevista Rassegna Interregionale del Maggio. Agli amici di INCONTRO chiesi solidarietà poetica, che arrivò da più parti. Ne estrapolo miniantologia:

19 aprile 2012

Pè mettevi à capu, mesi passatoni accadì un dilluviu in parechje cumune di a sponda in faccia, Liguria, Tuscana…, chì n’o cunniscimu pè esseci stati è teneci tanti pueti amichi.

Toni Casalonga

23 aprile 2012 – Corsica

Possinu tutte e nostre puesie

Schjarisce pianu pianu issu mumentu.

Cristofanu Limongi, dettu Titu

 

24 aprile 2012 – Montagnola senese

Per tutti reclamiam del sole il raggio

che faccia luce e scacci la paura.

L’ottava, chiusa un po’ alla meno peggio,

va dalla Montagnola a Montereggio.

Giovanni Bartolomei

 

25 aprile 2012 – Corsica

Ùn rumpimu tradizione

tradizione in puesia

cù fiumara d’alegria

più forte chè l’aluvione.

Petru Santucci

26 aprile – Castiglion d’Orcia

ci ferisce l’esclusione

se per colpa o distrazione.

Giorgio Scheggi

30 aprile 2012  – Grosseto

coi nostri canti faremo una corda
che possa unir lontani territori
con una voce che tutte le accorda.
Irene Marconi

3 maggio 2012 – Braccagni

E se anche purtroppo interrotta è la vostra via
noi siam con voi a colpi di Poesia.
Alessandro Cellini

Ora, in questo novembre 2012, è la Maremma a chieder solidarietà e sarebbe davvero tragicomico dovesse chiederla a Massa, di nuovo sott’acqua: l’azienda di famiglia di Benedetta Lanza, preziosa collaboratrice d’area di INCONTRO, è stata sommersa. Salvi i musei, mentre a Montereggio non sono ancora conclusi i lavori di ripristino della viabilità ordinaria.

Conclusione ovvia: la solidarietà ha da esser in prima istanza concreta, manuale. Come da richiesta di Pietro per eventuali attività di restauro e come hanno scelto di fare, pale contro il fango, ragazze e ragazzi del Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo.

Ma altrettanto ovviamente non possiamo vivere l’emergenza come tradizione: dopo le pale e le rime occorrono indignazioni e azioni da far tracimare ‘oltre il folklore’.

Lascia un commento

Archiviato in Maremma ancora amara